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REPORT raduno primaverile 13-14 aprile - Laghi HappyVaia (BS)

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Un Po' di ricordi....


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3 risposte a questo topic

#1 Repele Dimitri

Repele Dimitri

    Repele Dimitri

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Postato 20 March 2009 - 17:40 PM

Un Po' di ricordi....by Davidex

Mettetevi comodi... riparte la macchina del tempo! :)

Il Po è sempre stato a due passi da casa mia. Ostiglia dista da Nogara quindici chilometri scarsi e i due paesi sono collegati da un tratto della statale del Brennero largo e comodissimo. In pratica, non ci vogliono più di dieci minuti per trovarsi sulla riva del fiume italiano per eccellenza, quello che i romani chiamarono Padus, da cui l’aggettivo “padano” che sottintende, con qualche piccola eccezione, tutto il nord Italia. Il Po l’ho visto asciutto, ho camminato a piedi scalzi tra le sue sabbie fino quasi ad attraversarlo, l’ho visto incutere paura, con l’acqua nera di fango che lambiva gli argini e sembrava scuoterli al punto di rovesciarli da un momento all’altro, portandosi con sè scheletri di alberi che scendevano la corrente vorticosa, scomparendo in gorghi paurosi per poi riapparire qualche decina di metri dopo. Il Po l’ho visto all’alba, al tramonto, d’estate e d’inverno, quando la nebbia lo trasforma in un mare di cui non si vede l’altra riva. Eppure, nonostante abbia iniziato ufficialmente a pescare all’età di 9 anni, nel “grande fiume” ho immerso per la prima volta la lenza molto tardi, quando ero già maggiorenne, con parecchi anni di gavetta alieutica sulla spalle.
Alcuni pescatori della mia zona andavano spesso a pesca in Po, soprattutto in primavera, quando c’era la risalita delle anguille e la sera, armati di robustissime canne in fibra di vetro, con mulinelli zeppi di platil dello 0,50 e lenze costituite da piombi a saponetta da almeno 100 gr e ami bronzati tipo mare, facevano vere e proprie mattanze, con i campanelli ben fissati sulle punte che cantavano un loro originale e festoso concerto. Di anguille allora (si parla delle prima metà degli anni ’80) ce n’erano tante, e non solo in Po. Gli stessi pescatori, nella bella stagione, nel grande fiume prendevano invece tante alborelle, alcune enormi, di lunghezza ben oltre i 10 cm, e poi, nelle zone dove l’acqua rallentava celando buche profonde, tiravano fuori carpe enormi, lucci mai visti e tinche dalla livrea bellissima. A volte, quando da ragazzino andavo a zonzo in vespa con mio zio, di solito il sabato o la domenica pomeriggio, ci fermavamo proprio a guardare i pescatori nel Po. Lui era stato un buon calciatore e per qualche stagione aveva militato anche ad Ostiglia, per cui conosceva parecchia gente in quella zona, e ogni tanto capitava di fermarsi a chiacchierare con qualche suo amico che immergeva la lenza nelle acque tutt’altro che limpide del Po. Scoprii così che nel grande fiume albergavano pesci che nel mio Tartaro e nei fossi e canali vicino a casa non c’erano, pesci di cui avevo solo letto sui libri: cavedani, barbi, savette, lasche e i rari (e mastodontici) storioni che già allora, però, nessuno prendeva più. Un pomeriggio ricordo di aver osservato per un bel po’ un pescatore armato di una lunghissima canna fissa che pescava con la mollica di pane e, ad ogni passata, tirava fuori un pesce. Incuriosito, con molta circospezione per non disturbare, mi avvicinai e ci mettemmo a parlare. Veniva addirittura da Bologna per pescare proprio lì, nei pressi della centrale elettrica di Ostiglia. Ricordo che la canna era lunga 9 metri e quando me la fece provare mi finì per metà in acqua tanto era pesante. I pesci che metteva in un grosso retino di ferro erano savette e cavedani. Quelli più grossi li avrebbe portati a casa, gli altri li avrebbe rimessi in acqua.
Il Po mi incuriosiva, ma non ero in grado di affrontarlo da solo e così, per parecchi anni, continuai a considerarlo semplicemente il “grande fiume”, un vicino di casa insomma, e non uno di famiglia.
Poi vennero il motorino, le scuole superiori, la prima morosa ed altri interessi che ridimensionarono di molto la mia passione per la pesca. Tra i sedici ed i vent’anni prendevo in mano le canne raramente, o quantomeno con frequenza molto ridotta rispetto agli standard precedenti.
Una domenica pomeriggio della primavera del 1989 (sarà stato fine maggio o inizio giugno), a bordo della mia vespa 125, con la morosetta di allora seduta dietro, mi sono diretto verso San Benedetto Po, dove si diceva un gran bene di una spiaggia che sembrava non aver nulla da invidiare a quelle di Riccione. Non trovai nessuna spiaggia, probabilmente perché una volta oltrepassato il ponte avevo preso la direzione sbagliata. Dalla strada sulla sommità dell’argine si vedevano, da una parte, solo campi coltivati e rare case di campagna provviste di stalle e magazzini, dall’altra un interminabile e folto pioppeto che, ben presto, mi celò alla vista l’acqua del fiume. Presi una carrareccia che scendeva nel pioppeto e mi inoltrai in quel bosco artificiale per parecchie centinaia di metri, finché l’ultima fila di pioppi non lasciò il posto ad altri alberi, più bassi, ad arbusti, rovi ed ortiche e più in là, qualche metro più sotto, all’acqua marrone del fiume. Quel tratto di Po in realtà era una lanca delimitata dall’argine e da una grossa penisola, per vedere l’acqua scorrere veloce bisognava alzare lo sguardo oltre la spessa duna di sabbia che di fatto costituiva l’altra riva della lanca. La superficie era immobile. Il collegamento con il fiume era uno stretto canale della larghezza di pochi metri, dove la penisola di sabbia si abbassava. Probabilmente, con il fiume a pieno regime, quella striscia di sabbia sarebbe stata sommersa del tutto e la lanca si sarebbe trasformata in una grossa buca.
Nel pioppeto c’era l’erba alta. Avevamo con noi, negli zainetti, gli asciugamani da spiaggia. Così, in quel posto isolato e a suo modo selvaggio, non trovammo di meglio che stenderci in mezzo l’erba. E quando la primavera è al suo culmine e sulla carta d’identità c’è scritto che hai la bella età di diciotto anni, raccontarvi il seguito della giornata risulta superfluo… Alla fine non si rimpianse la spiaggia. Anzi.
Ma l’occhio clinico del pescatore non si smentisce mai. Il vero pescatore è sempre vigile e attento, pronto a co.gliere ogni particolare che può svelare una buona postazione di pesca. Così, mi accorsi che verso il tardo pomeriggio, mentre piegavamo gli asciugamani per rimetterci sulla strada di casa, la superficie della lanca era molto più vivace di quando eravamo arrivati. Adesso l’ombra dei pioppi arrivava fin quasi alla duna di sabbia e qua e là si vedevano i pesciolini schizzare fuori inseguiti da qualche predatore. Capii subito che si trattava di persici-trota. xxx mio quanti ce n’erano! Alcuni, belli grossi, pinneggiavano lenti proprio in mezzo a quel laghetto che adesso mi sembrava fatto apposta per immergervi la lenza. Altri inseguivano le alborelle sotto il pelo dell’acqua facendole saltare fuori. Da ogni lato ne vedevo almeno 3 o 4 in gruppo. Feci qualche passo e mi accorsi che c’erano dei sentieri appena abbozzati in mezzo agli arbusti, sentieri che certamente portavano all’acqua, sentieri che erano senz’altro opera di qualche pescatore.
La mattina dopo ero a scuola, ma il pomeriggio, appena pranzato, presi la due pezzi da spinning (in pratica una vecchia canna da fondo in fibra di vetro che usavo sia per i lucci che per i black), quei 4-5 cucchiaini che rappresentavano la mia dotazione di esche artificiali, inforcai la vespa e via, verso San Benedetto Po.
Non fu facile trovare la sterrata del giorno prima: il pioppeto ininterrotto era tutto uguale e, ogni tanto, dall’argine scendeva una stradina identica a quella precedente e a quella successiva. Alla fine però mi trovai di nuovo nel punto preciso dove avevo sistemato la vespa il pomeriggio precedente.
Memore della folta vegetazione, avevo indossato un paio di jeans e pure una felpa a maniche lunghe, con la cerniera per toglierla una volta arrivato vicino all’acqua. Era metà pomeriggio, e sulla superficie non si vedeva praticamente nulla. L’acqua era torbida e immobile. Pensai che forse era meglio se prendevo su un paio di canne da fondo con dei bei vermoni.
Presi uno dei sentierini che scendevano verso la lanca e con qualche difficoltà, tra rovi, ortiche e strane erbacce che sembravano prese direttamente dalla foresta amazzonica, riuscii ad arrivare ad una sorta di spiaggetta, larga un paio di metri, su cui erano evidenti i segni dei vari livelli raggiunti dal fiume negli ultimi tempi. Erano anche evidenti alcuni segni delle suole di stivali e scarponi che magari non erano freschissimi, ma che certo testimoniavano che la lanca non era vergine. Montai un martin del 9, col corpo rosso, uno dei cucchiaini che funzionavano meglio per i black. Prima di lanciare guardai bene se riuscivo a vedere qualche pesce ma, paradossalmente, si vedeva molto meglio da lassù, dove avevo parcheggiato la vespa, che non a livello dell’acqua. Comunque, mi dissi, se il giorno prima era pieno di bass, c’erano sicuramente anche oggi, probabilmente erano solo più in profondità, magari intenti ad una pennichella.
Lanciai il cucchiaino con tutta la forza che avevo, convinto di arrivare agevolmente ai margini dell’isola che costituiva la riva opposta. Macché, arrivai a malapena a metà della lanca, e lì mi accorsi come le distanze, quando si parla di grandi fiumi e laghi, sono percepite in maniera diversa rispetto a fiumi e canali “normali”. Comunque, dopo due giri di manovella, sentii uno strattone deciso e ferrai il mio primo pesce del grande fiume. Fino a quando la preda, a pochi metri da riva, non mi mostrò il fianco, ero convinto che fosse uno dei black visti il giorno prima. Invece si trattava di un cavedano. Un bel cavedano sicuramente oltre il mezzo chilo. Il mio primo cavedano! Si, perché se vogliamo fare i sofisti, qualche cavedano l’avevo già preso sul Garda, ma era roba che abboccava insieme alle alborelle e ai triotti, ed era roba della stessa taglia, di pochi centimetri insomma.
Come inizio non potevo chiedere di più: al primo lancio era arrivato il primo pesce del Po che era anche il mio primo cavedano. Sarà stato buono da mangiare? Boh, nell’incertezza lo misi in una sportina: mia nonna in qualche modo lo avrebbe cucinato!
Ripresi a lanciare, convinto che avrei fatto una mattanza. Invece ci volle più di mezzora prima di sentire un’altra abboccata, e questa volta era davvero un bass, un discreto boccalone sul mezzo chilo che andò a far compagnia al cavedano nella sportina. Pian piano, lancio dopo lancio, alternando al piccolo martin un altro paio di rotantini dai colori diversi, arrivai al canale che metteva in comunicazione con il Po.
Il fiume era lì davanti a me, ed era totalmente diverso dalla lanca. Mi resi conto che fino a quel momento non avevo pescato realmente nel Po. Feci qualche passo e mi trovai su una spiaggia molto simile al mare, con piccole onde che sbattevano su una sorta di battigia dove sprofondavo con le scarpe. Quant’era grande! Il fondo si vedeva per qualche metro, la profondità era modesta e si vedevano molto alborelle guizzare. La corrente era lenta ma dopo qualche metro iniziava a velocizzarsi, fino ad essere quasi impetuosa a centro fiume. Lanciai il cucchiaino più in là che potevo, il che significava a non più di venticinque, trenta metri, dove la profondità non superava il metro e la corrente era ancora un lieve sussurro. Incontrai così il secondo cavedano della giornata, che agguantò l’artificiale dopo un mezzo salto molto spettacolare. Peccato si trattasse di un pesce modesto, poco più di un spanna. E peccato che, come prima, dopo lo strike al primo lancio, non riuscii a pescare più nulla.
Percorsi almeno un centinaio di metri finché non sentii un altro strattone sulla lenza e catturai il terzo cavedano, anche questo piccoletto. Si erano fatte nel frattempo le cinque e decisi di tornare alla lanca, dove magari i bass si erano svegliati dalla pennichella.
Non trovai i bass, ma trovai un altro pescatore, seduto sulla duna di sabbia che pescava con due canne a galleggiante.
Ci salutammo e io ci restai un po’ male, perché la sua presenza significava non lanciare più. La lanca era bella larga, ma non mi sembrava corretto mettermi a fare rumore mentre lui, magari, insidiava carpe e tinche.
Così feci il giro opposto. Ci misi qualche minuto per tornare al sentiero da cui ero sceso, e in quel breve lasso di tempo, il pescatore tirò fuori dall’acqua due black che sicuramente superavano il chilo!
Ecco, lo sapevo che c’erano, ed io ero rimasto fregato! Li prendeva con il vivo, innescando probabilmente il cobite. Mi disse che se volevo fare qualche lancio facessi pure, che non lo disturbavo, e poi mi chiese se avevo preso qualcosa. Iniziai a lanciare avvicinandomi alla striscia di sabbia che collegava il pioppeto all’isola. Per non fare rumore attaccai al moschettone il rotante più piccolo e leggero che avevo, un “aglia” dalla paletta larga, di colore fucsia, del numero 3. Se prima arrivavo si e no a metà lanca, adesso facevo proprio ridere e il cucchiaino cadeva a non più di dieci metri di distanza. Eppure, il cambio di esca e, forse, il cambio di traiettoria del recupero, portarono frutti insperati: cavedani? No. Bass? No. E allora cosa? Il primo pesce fu una scardola-padellona di almeno un chilo che rimisi in acqua. Non avevo mai preso una scardola con il cucchiaino, e cominciai a fare strani ragionamenti sulle abitudini dei pesci del Po. Poi, praticamente ad ogni lancio, iniziai a prendere persici reali sui 25 cm. Non era certo un pesce nuovo per me, nel Tartaro e in altri corsi della mia zona il persico era ben diffuso, e sapevo benissimo che quando se ne prendeva uno ne arrivavano altri a raffica, bastava non fare troppo rumore nel salparli. Volevo i grossi black, ma “chi si contenta gode” e dopo un po’, la borsina era quasi piena: 3 cavedani, un bass e almeno una decina di persici dalle bellissime pinne scarlatte.
Ma successe un fatto.
Successe che l’ennesimo persico che afferrò la mia ancorina era inseguito da un altro predatore: un grosso luccio che addentò una prima volta il malcapitato persichetto, senza peraltro riuscire ad azzannarlo, per poi buttarcisi sopra a capofitto a non più di tre metri dai miei piedi. Mancava poco che salpassi metà persico. Invece lo tirai su intero, malconcio e sanguinante ma intero. Il luccio lo avevo intravisto per pochi attimi. Roba da infarto. Almeno un metro. E non doveva essere lontano.
Sudavo e fui colto da tachicardia.
L’altro pescatore si alzò, recuperò una delle due canne e si fece avanti verso di me chiedendomi se avevo un grosso rotante con filo d’acciaio. No che non ce l’avevo. Quando mi fu vicino vidi che la sua lenza finiva proprio con il cavetto e che sotto si dimenava una scardoletta: con una canna pescava i bass, con l’altra i lucci! Ma spesso, mi disse, i lucci lo fregavano perché preferivano il cobite e regolarmente tranciavano la montatura.
Mi chiese di “prestargli” un persico, uno di quelli che ancora davano segni di vita. Lo attaccò all’ancorina poco sopra la testa e poi lanciò delicatamente, a pendolo, a non più di cinque – sei metri da noi. Poi cominciò a muovere la canna ritmicamente recuperando pian piano il grosso filo con il mulinello.
Ero lì con il fiato sospeso mentre lui mi diceva che probabilmente lo avremmo preso, che quella femmina l’aveva già vista un paio di volte e il mese prima aveva messo a soqquadro la rete del bilancino di un suo amico. Doveva essere almeno 10 chili.
Io non capivo più nulla. Di lucci ne avevo presi tanti, mai enormi, al massimo roba sul chilo e mezzo o due, ne avevo visti di più grossi, roba da 4-5 chili, ma 10 chili… era un mostro!
Mentre aspettavamo l’abboccata, il signore, che doveva essere sulla cinquantina ed era sicuramente del posto visto lo spiccato accento mantovano, mi chiese se cortesemente potevo andare a tirare su l’altra canna prima che il pesce se la portasse dentro: il galleggiante era scomparso e il cimino era tutto piegato. Corsi sulla duna, presi in mano la canna e dopo 5 minuti abbondanti tirai a riva il più grosso persico che avessi mai visto. Non so quanto pesasse, sicuramente era vicino al chilo, ma ho stampata in mente la gobba esagerata della schiena e l’aggressività con cui aveva fatto sparire il cobite tra le sue fauci: l’amo era piantato sul labbro e la coda del pesciolino spuntava dalla gola!
Mentre lo staccavo osservavo, nel capiente retino di ferro nascosto all’ombra, che di bass quel pescatore ne aveva presi 3, e non erano molto più grossi del mio, l’impressione che avevo avuto quando li aveva guadinati era sbagliata. Avevo sopravvalutato la misura.
Certo che però il cobite non tradiva mai...
Poi sentii un tonfo e un urlo: “Eccolo!!!”
Lasciai il persico sulla rena, ancora attaccato all’amo, presi il grosso guadino con il manico di legno e corsi in direzione del pescatore. Che giornata ragazzi! Cavadani, bass, persici, e adesso anche il luccio più grosso che avessi mai visto!
Qualche minuto di lotta e poi arrivò l’ennesima sorpresa della giornata: il pesce era grosso, ma non era un luccio. Tra le imprecazioni del collega occasionale cercavo di fare entrare nel guadino un siluro che superava il metro. Ne avevo visti pochi di quei pesciacci, e mai di così grossi. Nel guadino non ci stava e alla fine lo spiaggiammo. Nessuno dei due aveva il coraggio di toglierli l’ancoretta dalla bocca.
xxx mio che brutto che era! Sembrava un mostro in mimetica.
In qualche modo, con l’aiuto di uno straccio, bestemmiando in mantovano stretto e ribadendo più volte, all’indirizzo del bestione, qualche frase di benvenuto tipo: “C’at vegnes an cancar a ti e a quel ca t’à butà chi dentar” il simpatico pescatore riuscì a staccarlo. Poi lo lasciò lì, sulla riva, disse che più tardi avrebbe mandato un suo amico a prenderlo, lui non lo mangiava, ma quel suo amico si, lo faceva a polpette e lo impanava. Io, anche volendo, come ce lo portavo a casa? Gli infilavo il casco e lo legavo dietro di me sulla vespa?
Mi disse che purtroppo, dall’anno prima, se ne prendevano sempre di più, e anche di molto più grossi di quello, che stavano mangiando tutto e che se continuava così avrebbero fatto più danni della “marea bianca” di vent’anni prima. Così mi spiegò che la più grande moria di pesci del Po avvenne con la cosiddetta “marea bianca”, un inquinante non ben identificato che aveva ucciso tonnellate di pesci quando lui si era appena sposato, quindi suppergiù vent’anni prima. Mi regalò il persicone e mi disse che i cavedani potevo darli al gatto. Il gatto non ce l’avevo così si offrì di togliermi l’impaccio tenendoli lui per regalarli a quel amico che faceva polpette di ogni pesce.
Ci salutammo e tornai a casa. Lungo la strada, in sella alla mia vespa, ripensai a tutti i momenti di quel pomeriggio e li fissai in modo indelebile nella mia memoria: che giornata! Che emozioni!
Tornai alla lanca molte volte quell’estate. In più occasioni trovai ancora quel pescatore che fu sempre cordiale e simpatico, ma ne incontrai anche altri che non mi fecero la stessa impressione, pseudo colleghi che non avevano nessun rispetto delle misure minime ed utilizzavano mezzi palesemente proibiti come “tramagli” e bilance dalle maglie finissime. Il tutto peggiorato spesso dall’utilizzo di barchette con cui potevano scorazzare a piacimento nel sempre più ristretto spazio della lanca. Tuttavia, nonostante la forte pressione di pesca, presi molti bass, i più grossi all’inizio di settembre, pochi giorni prima di iniziare la scuola, innescando dei grossi lombrichi di terra. Invece non vidi più la pinna di un persico, ne quella di un cavedano, almeno nella lanca, perché dalla battigia del grande fiume, il mattino presto, quando il sole non faceva ancora capolino e io ero ancora coperto dallo spolverino (perché alle quattro e mezza del mattino, anche in luglio, in vespa c’è freschetto) di cavedani ne prendevo a decine con piccoli rotanti argentati che agli occhi dell’astuto ciprinide dovevano sembrare delle bellissime alborelle. I vari pescatori che via via incontravo in quel luogo, mi spiegarono che quando il collegamento con il fiume si faceva sempre più esile, pesci come i cavedani e i persici uscivano dalla lanca per riportarsi in corrente, mentre bass, scardole e tinche trovavano il loro habitat adatto, anche le carpe tendevano ad uscire mentre fino a pochi anni prima erano diffusissimi nella lanche i pescigatto che, però, già allora, nel Po erano pressoché scomparsi. A luglio e agosto la lanca divenne uno stagno: l’acqua si abbassò e la duna di sabbia si trasformo da penisola a parte dell’argine. In mezzo però la profondità rimaneva notevole, oltre i quattro metri, e questo probabilmente contribuiva a salvare parte dei pesci presenti dallo scempio causato dai tramagli e dalla bilance. Qualcosa si prendeva sempre.
Scoprii naturalmente altre lanche simili, diciamo pure che proseguendo lungo le stradine sempre più infrascate che costeggiavano il pioppeto, di zone simili ce n’erano a decine. Tuttavia, le facce che si vedevano erano più o meno sempre quelle, con la differenza che in agosto c’erano parecchie auto targato Bologna, Modena e Reggio Emilia, e questi pescatori erano molto più interessanti alla corrente viva che all’acqua tranquilla delle lanche.
Tornai anche un volta in pieno inverno. Parcheggiai l’auto sulla strada asfaltata dell’argine e poi camminai fino al Po. Era dicembre inoltrato, i pioppi spogli e scheletrici svettavano nella foschia, non c’era più traccia della vegetazione amazzonica di qualche mese prima. E non c’era più nemmeno la lanca. Era bastata una modesta piena nel tardo autunno per trasportare altrove la sabbia della penisola. Era rimasta una vasta buca dove, con il solito martin del 20, riuscii a pigliare il mio primo ed unico luccio del Po. Niente di eccezionale, un bel pesce sul chilo, come ne prendevo spesso nel Tartaro. Mi rimane di quel giorno la sensazione malinconica di qualcosa che finisce per sempre. La lanca che mi aveva aperto le porte del grande fiume non c’era più.
L’anno seguente ne trovai una simile a monte di Ostiglia. Ci pescai qualche bass, ma poca roba, mentre non si capiva da dove arrivassero, ma i siluri iniziavano davvero ad essere onnipresenti. Poi trovai un ottimo posto nel Canal Bianco, pieno di bass e persici, e ci passai praticamente tutta l’estate del 1990.
Il Po divenne il classico cugino di terzo grado che si incontra raramente ai matrimoni e ai funerali. Iniziai ad averci un nuovo rapporto molti anni dopo, nel 2004 per la precisione.
E non ci trovai più i bass, i cavedani, i persici e le alborelle, ma aspi, breme e barbi dall’accento teutonico. Ma il fascino del grande fiume rimane intatto e, soprattutto, il vecchio “Padus”, ancora oggi, non tradisce mai!
Gli Amici Della Topa
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La classe non è acqua ma prosecco! [cit.Repele Dimitri ]

#2 nike best

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Postato 08 March 2011 - 16:20 PM

wow mamma mia e che emozioni

#3 Kodiak

Kodiak

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Postato 09 March 2011 - 11:21 AM

Chissà chi era il tizio con la pesantissima fissa di 9mt. Dall'esca e dalla bravura mi ha fatto venire in mente un personaggio dei libri di Albertarelli che si chiamava Filippo Scarpini...
Ciao!

Salvatore
" Il pesce è alla vostra portata nella misura in cui sapete richiamarlo sotto la pastura e ingannarlo con perfette e fragilissime lenze" - Mario Albertarelli

" Le uniche canne che amo, sono quelle da pesca." S.F.


#4 flytom

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Postato 09 March 2011 - 13:58 PM

Bellissimo leggere di questi vecchi ricordi... me ne sono venuti in mente parecchi che potrebbero avere più o meno la stessa età :mrgreen:


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